In una Lazio che barcolla, l'area portieri di Nenci e Viotti è rimasta in piedi. E questo racconta molto più di una stagione.

Ci sono stagioni che consumano. Che logorano dall’interno, come l’acqua che scava la roccia, lentamente, inesorabilmente. La stagione 2025-2026 della Lazio è stata una di quelle. Una stagione grigia, pesante, avvolta da un’aria di contestazione permanente che ha finito per svuotare l’Olimpico più delle sconfitte. Quando i tifosi smettono di andare allo stadio non è solo rabbia: è distanza. È un giudizio di merito che nessuna nota stampa può correggere.

Eppure, in questa stagione che sa di cenere (finale di coppa Italia a parte) c’è stato un reparto che non ha ceduto. Che non si è fatto contaminare dal veleno ambientale, non ha recepito le vibrazioni tossiche di una piazza in ebollizione, non ha lasciato che il rumore di fondo del malcontento entrasse nelle sue fondamenta. L’area portieri della Lazio — governata con intelligenza rara da Massimo Nenci, affiancato dalla mano silenziosa e preziosa di Cristiano Viotti — è stata, in tutto e per tutto, un’isola. Un’anomalia. Un’oasi di perfezione tecnica in un deserto emotivo.

E questo, per chi osserva il calcio con gli occhi giusti, è una storia che vale la pena raccontare.

IL PILASTRO. IVAN PROVEDEL.

Ivan Provedel è uno di quei portieri che raramente fa notizia, uno di quei portieri che non “stanno” semplicemente in porta: abitano la porta. La riempiono con una presenza che è insieme fisica e mentale, tecnica e morale. Nella prima parte di questa stagione, Provedel è stato esattamente quello che la Lazio aveva bisogno che fosse: una certezza assoluta. Non un campione da highlight — sebbene le parate non siano mancate — ma qualcosa di più sottile e più prezioso. Una costante. Una variabile che non varia.

Quando tutto intorno traballava — i risultati, l’umore della città — Provedel era lì, immobile nella sua autorevolezza. Uscite con un tempismo perfetto, presa sicura, copertura degli spazi da consumato interprete della difesa alta. Ma soprattutto: quella testa. Quella capacità di tenere la squadra in partita con la sola forza del linguaggio corporeo, con uno sguardo ai compagni che vale più di qualsiasi discorso motivazionale. Ivan Provedel passa troppo spesso inosservato, forse perchè non spettacolare, forse perchè poco “social”, ma rimane un portiere di altissimo livello e affidabilità.

Poi l’infortunio. E qui la storia svolta.

edoardo motta e massimo nenci lazio

IL BATTESIMO DEL FUOCO PER EDOARDO MOTTA.

Quando un portiere nuovo — acquisto di gennaio, ancora in fase di ambientamento, ancora alla ricerca del suo posto nel mondo biancoceleste, Lo butti dentro – e arriviamo alla semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta- una squadra che offensivamente crea il panico, rischi tanto, tantissimo. Ma Edoardo si è fatto trovare pronto. Durante i tempi regolamentari salva il risultato su Scamacca, e poi si va ai calci di rigore. E cosa fa Motta? Ne para QUATTRO. Scamacca, Zappacosta, Pasalic e De Ketelaere ipnotizzati.

Eppure Motta è uscito da quella serata con la credenziale più importante che un portiere possa ottenere nel calcio moderno: la fiducia. Quella dei compagni, che lo hanno visto rispondere presente quando la pressione era massima (intervento su Scamacca per esempio). Quella dello staff, che aveva investito su di lui e che ha visto il proprio lavoro restituito con gli interessi. E, forse la più difficile da conquistare, quella del pubblico che ha riconosciuto nella sua prestazione qualcosa di autentico.

Una prestazione maiuscola. Nelle mille difficoltà stagionali.

IL GIORNO DEL DERBY. ALESSIO FURLANETTO

La storia di Alessio Furlanetto in questo Derby di Roma merita un capitolo a sé, perché non è solo una storia sportiva. È una storia umana. È una di quelle storie che il calcio, ogni tanto, si degna di raccontare quando smette di essere business e torna a essere SPORT.

Un esordio assoluto. Ventimila pensieri nella testa. Il Derby di Roma — una delle partite più cariche di significato emotivo del calcio italiano, forse d’Europa. Una piazza già in fiamme per ragioni che vanno ben oltre i novanta minuti. Uno stadio che non è più il tuo stadio, perché quando la contestazione supera una certa soglia l’Olimpico smette di essere la tua casa e diventa un territorio ostile per tutti, anche per chi indossa la maglia biancazzurra. Uno stadio pieno, si, ma senza tifosi Laziali.

In questo contesto, Furlanetto ha fatto l’unica cosa che non ti aspetti da un ragazzo all’esordio: ha giocato come se il contesto non esistesse.

La Lazio ha perso 2-0. Ma per punteggio, non per colpa sua. Perché Furlanetto è stato — e qui non si tratta di consolazione, si tratta di analisi tecnica — il migliore in campo della sua squadra. In assoluto. Almeno 3 parate importanti. Uscite coraggiose. Sempre a supporto dei compagni con posizionamenti giusti in fase di possesso e di non possesso. E soprattutto: zero crolli psicologici. Zero momenti in cui il peso della situazione si è visto nelle gambe e nell’atteggiamento di Furlanetto.

Sapete cosa significa questo? Significa che qualcuno, nelle settimane precedenti, lo aveva preparato non solo fisicamente e tecnicamente. Lo aveva preparato dentro. Lo aveva impermeabilizzato. Gli aveva dato gli strumenti per attraversare quella notte senza spezzarsi.

E quel qualcuno ha un nome.

Massimo Nenci e Cristiano Viotti

Di Massimo Nenci si parla spesso in termini tecnici, e giustamente. Il suo curriculum — Napoli, Chelsea, Juventus, ora Lazio — racconta da solo la caratura di un professionista che ha vissuto e contribuito a costruire alcune delle più grandi storie portieristiche del calcio europeo contemporaneo.

Ma quello che ho visto in questa stagione, attraverso le prestazioni dei tre portieri biancocelesti, va oltre la tecnica. Va oltre i fondamentali, oltre i pattern di allenamento, oltre la pedagogia del gesto tecnico — che pure Nenci padroneggia a un livello che pochi in Europa possono vantare.

Quello che emerge con chiarezza, guardando Motta al debutto sotto pressione e Furlanetto nel Derby, è un lavoro psicologico di altissimo livello. Una capacità di costruire uomini, non solo portieri. Di dare ai propri ragazzi un sistema di riferimento interno così solido da renderli impermeabili al rumore esterno.

E di rumore esterno, quest’anno a Roma, ce n’era. Eccome.

Le contestazioni a Lotito hanno fatto da colonna sonora a buona parte della stagione. La tensione nell’ambiente era palpabile, quasi fisica. In certi momenti lo stadio vuoto parlava più dei cori. Eppure l’area portieri ha continuato a lavorare. A costruire. A migliorare. Come se il mondo fuori dai cancelli di Formello non esistesse.

Ma un Maestro ha bisogno di un motore metodologico che giri a mille, e qui entra in gioco Cristiano Viotti. Definirlo “supporto” sarebbe un errore madornale. Cristiano è un allenatore dei portieri di livello assoluto, un professionista che cura la postura, il posizionamento e l’analisi video in maniera maniacale (tornate ai rigori di Motta per capire di cosa parlo). L’integrazione tra l’esperienza psicologica di Nenci e il rigore analitico di Viotti ha creato una combo perfetta. Si completano a meraviglia, non si sovrappongono e garantiscono ai portieri una continuità di stimoli quotidiana impressionante.

Il calcio italiano passa le ore a parlare di schemi e moduli. Ma le partite, e le stagioni, si salvano anche nel silenzio di un campo di allenamento, dove due maestri insegnano a dei ragazzi non solo come stare in porta, ma come parare le pressioni del mondo intero.

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